Messaggero Veneto

Mercoledì 08 Aprile 2020

 

No secco dei sindacati «Prima c'è la salute»

Nessuna accelerazione della fase 2. La posizione del sindacato confederale in questo senso è tanto chiara quanto irremovibile: la priorità, oggi, è fermare l'epidemia di Covid-19 garantendo la salute di cittadini e lavoratori, non già riaprire anzitempo le attività economiche chiuse.

«Tempi e condizioni dovranno essere dettati dal Governo - affermano i segretari generali Fvg, Villiam Pezzetta (Cgil), Alberto Monticco (Cisl) e Giacinto Menis (Uil) - sulla base delle indicazioni di scienziati ed epidemiologi, dopo un indispensabile confronto con i vertici nazionali di sindacati e associazioni imprenditoriali».

Cgil, Cisl e Uil respingono così l'assalto delle imprese che vorrebbero spingere sull'acceleratore della ripartenza. Se e quando ci sarà, dovrà realizzarsi nell'alveo di regole condivise, da definire in anticipo e applicare poi in modo rigoroso con il pieno coinvolgimento di tutti i soggetti coinvolti «con l'obiettivo - rimarcano i segretari - di garantirne il rispetto in tutte le aziende».

Per Pezzetta, Monticco e Menis, «non sono minimamente ipotizzabili riaperture su base locale, tanto più in una regione che nel far fronte all'emergenza ha adottato misure più restrittive di quelle nazionali e che del resto non avrebbe facoltà di agire in senso opposto, allentando le prescrizioni», affermano i sindacalisti criticando le recenti prese di posizione della presidente di Confindustria Udine, Anna Mareschi Danieli.

«Sentiamo parlare di tamponi fai da te da parte delle aziende o di coinvolgimento dell'Esercito nei controlli. Sono fughe in avanti il cui unico effetto è creare inutili tensioni fra i lavoratori e nel dialogo tra imprese e sindacati. Se la preoccupazione per le ricadute economiche dell'emergenza è condivisa - concludono i segretari regionali - deve essere condiviso anche l'obiettivo di fermare un'epidemia che continua a mietere migliaia di vittime e che, se non sarà arrestata, congelerà anche qualsiasi aspettativa di ripresa economica e sociale».

Dello stesso avviso sono i segretari territoriali di Cgil, Cisl e Uil Udine, Natalino Giacomini, Renata Della Ricca e Fernando Ceschia, che a loro volta mettono al primo posto la salute di lavoratori e cittadini rilanciando così a Mareschi Danieli: «Se il Friuli non è Bergamo, come sostiene la presidente di Confindustria Udine, è proprio perché abbiamo potuto adottare restrizioni e contromisure prima che la diffusione del contagio assumesse dimensioni difficilmente controllabili. Allentare la presa adesso, come ci ricorda la comunità scientifica, significherebbe vanificare tutti gli sforzi fatti. Esistono un tavolo e un dialogo costante con i prefetti per monitorare la situazione e il rispetto del Dpcm del 22 marzo: è su queste basi che dobbiamo continuare a collaborare, senza tentativi più o meno espliciti a escludere il sindacato e senza favorire un ricorso facile alle deroghe».

A prendere posizione ieri contro le prime aperture in deroga sono stati anche i segretari dei metalmeccanici di Udine, Fabiano Venuti (Fim Cisl), David Bassi (Fiom Cgil) e Luigi Oddo (Uilm Uil) segnatamente alla produzione in Ferriere Nord. «Le segreterie contestano tale decisione - si legge nel comunicato sindacale - affermando con forza che produrre acciaio non è essenziale così come disposto nel Dpcm del 22 marzo scorso, specialmente in questo momento dove tutto il mercato è fermo». I sindacalisti bocciano dunque la scelta aziendale di riavviare la produzione ricordando alla proprietà nonché ai vertici di Confindustria Udine che «responsabilità sociale d'impresa significa anche fermare la produzione per poi ripartire insieme, ancor più forti di prima, evitando di vanificare i sacrifici di tutti».

Maura Delle Case

Cgil Cisl Uil
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