Un po' di storia

LA CISL: LE ORIGINI, LE RAGIONI

L'ESPERIENZA DI UNITÀ SINDACALE NELL'IMMEDIATO DOPOGUERRA

La CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori) si è costituita in Roma il 30 aprile 1950. Nell'Atto costitutivo sono indicate, con molta efficacia, le ragioni della fondazione. «La CISL sorge — si legge nel documento — per stringere in un unico volontario vincolo sindacale tutti i liberi lavoratori italiani che, convinti della necessità di respingere un sindacalismo fondato, ispirato e diretto da correnti politiche ed ideologiche, vogliono impostare il movimento sindacale sull'autogoverno delle categorie esercitato nel quadro della solidarietà sociale e delle esigenze generali del Paese».

Una delle ragioni che sono alla base della decisione di costituire la CISL è, dunque, come è detto chiaramente nel documento, la convinzione che occorresse allora, per dar vita a un sindacato nuovo, cominciare col «respingere un sindacalismo fondato, ispirato e diretto da correnti politiche ed ideologiche». Dietro queste parole vi è, per chi conosce i fatti, un riferimento abbastanza trasparente ad una travagliata esperienza di unità sindacale: che aveva avuto inizio il 3 di giugno 1944, con la firma del cosiddetto Patto di Roma, sulla base di un accordo tra i tre partiti della Democrazia cristiana, comunista e socialista, per costituire un'unica Confederazione sindacale, e aveva avuto termine il 14 luglio del 1948 con la rottura di tale accordo e la fine di tale unità.

Il progetto di dar vita in Italia ad un'unica Confederazione sindacale era stato concepito, prima del 3 di giugno, in circostanze particolari, in Roma, nella clandestinità: mentre la città era occupata dall'esercito tedesco e terrorizzata dalle bande della Repubblica sociale fascista, instaurata da Mussolini.

Queste circostanze straordinarie spiegano molte cose, per quanto riguarda il Patto di unità sindacale. In una situazione drammatica, come quella nella quale si viveva allora in Roma, il problema principale era, in effetti, quello di «sostenere con tutte le proprie forze — come è detto nell'accordo del 3 giugno 1944 — la guerra di liberazione nazionale, onde affrontare la liberazione totale del Paese, condizione pregiudiziale per la realizzazione dei postulati dei lavoratori». L'unità fra tutte le forze antifasciste era quindi giudicata necessaria.

Sul piano dei rapporti tra i partiti, che si erano costituiti all'indomani del 25 luglio 1943, subito dopo, cioè, il crollo del regime fascista, l'unità delle forze antifasciste era stata realizzata dentro lo schema di particolari comitati che poi si chiamarono Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), nei quali erano rappresentati i principali partiti politici del momeno: fra i quali in primo piano il partito della Democrazia cristiana, il Partito comunista e il Partito socialista (legati questi ultimi fra loro da un patto di unità di azione).

 

LE CORRENTI SINDACALI

Sul piano dei rapporti sindacali, da parte delle forze sindacali esistenti, che si richiamavano anche nel nome ai tre partiti più rappresentativi — corrente sindacale comunista, corrente sindacale socialista, corrente sindacale democristiana —, si era pensato a qualcosa di più impegnativo, alla costituzione cioè di un unico sindacato, anche se i protagonisti erano ben consapevoli della difficoltà di conciliare tra loro in un'unica organizzazione concezioni ed esperienze così diverse e persino opposte del sindacato quali la concezione comunista e la concezione socialcristiana. Per superare queste difficoltà si cominciò allora, dopo 1'8 settembre, nella clandestinità, a discutere, fra gli esponenti sindacali autorizzati dai rispettivi partiti, su quale avrebbe dovuto essere, dopo la liberazione, il nuovo ordinamento. Dopo lunghe trattative, che per la corrente sindacale cristiana vennero condotte da Giovanni Gronchi e Achille Grandi (i due Segretari generali, dal 1920 al 1926, della Confederazione sindacale «bianca», la CIL), per la corrente sindacale comunista da Giuseppe Di Vittorio e per la corrente sindacale socialista da Buozzi (fino al momento del suo arresto, nel mese di aprile del 1944, e poi da Emilio Canevari), quando ormai sembrava impossibile arrivare ad un accordo, ci fu una svolta improvvisa, proprio alla vigilia della liberazione di Roma. Sebbene tutto sembrasse consigliare di rinviare ogni accordo definitivo e impegnativo a dopo, a quando tutta l'Italia, o almeno Roma, fosse stata liberata e tutti avrebbero potuto assumersi la responsabilità di una decisione così importante, Grandi, «pressato» (così si espresse De Gasperi al riguardo, successivamente), sottoscrisse, il 3 di giugno, con Di Vittorio e Canevari, quella che nell'originale viene denominata «dichiarazione» e che poi si chiamò, con la solita enfasi, Patto di unità sindacale.

Nella dichiarazione veniva resa nota la decisione già presa di «realizzare l'unità sindacale mediante la costituzione, per iniziativa comune, di un solo organismo confederale per tutto il territorio nazionale, ...di una sola Federazione nazionale per ogni ramo di attività produttiva, di una sola Camera confederale del lavoro in ogni provincia, ...lasciando impregiudicate tutte le altre questioni relative all'orientamento generale dell'organizzazione, alla sua struttura definitiva, alla compilazione del progetto di Statuto».

Fu questa decisione di Grandi, che riteneva di essere autorizzato a farlo, a far precipitare le cose e a dare alle trattative una improvvisa ed imprevista conclusione, quella che la storia ha dovuto registrare: senza peraltro che tra le forze che avevano contribuito alla decisione ci fosse un'effettiva intesa. Ognuno, infatti, sia apertamente, sia in cuor suo, aveva conservato le sue posizioni di principio. Anzi, ben presto, queste posizioni di principio, per il momento accantonate, si ripresentarono in forma generale rigida e persino esasperata ogni qualvolta la lotta fra i partiti si inaspriva, fra continue polemiche e contrasti ricorrenti.

Nonostante la evidente debolezza, per non dire inconsistenza, della base su cui l'unità sindacale si era costituita, l'accordo venne accettato, almeno apparentemente, da tutti e finì per durare un periodo di tempo abbastanza lungo: fino, come si è già detto, al luglio del 1948, sia pure fra crisi e difficoltà ineliminate e, forse, ineliminabili.

Le ragioni dell'accettazione, anche da parte di chi preferiva, come oggi si sa, che le cose andassero diversamente e fossero diversamente gestite, in concreto da parte della Democrazia cristiana e del mondo cattolico nel suo insieme (dal Vaticano all'Azione cattolica), non sono sempre chiare e non sono comunque facili da spiegare. A distanza di tempo oggi si può dire peraltro che le motivazioni addotte allora a giustificazione di tale scelta si rivelarono ben presto deboli e incerte.

 

LA NASCITA DELLE ACLI

II fatto rivelatore di questa incertezza è la costituzione, che avvenne nei mesi successivi alla liberazione di Roma, all'incirca nel mese di settembre, su iniziativa dell'Azione cattolica e con l'approvazione successiva del Papa, di una associazione di lavoratori chiamata ACLI (Associazione Cristiana Lavoratori Italiani), la quale si proponeva un duplice obiettivo: sul piano morale e religioso provvedere alla formazione dei suoi soci, dal momento che il sindacato unitario non avrebbe potuto, proprio perché tale, fornire tale formazione; sul piano sindacale influire sull'orientamento delle politiche della CGIL attraverso una qualche forma di pressione esterna e attraverso la presenza, all'interno, di propri dirigenti sindacalmente preparati.

Contemporaneamente, peraltro, la Democrazia cristiana costituiva a sua volta un proprio ufficio sindacale, per svolgere all'incirca la stessa funzione, ufficio che venne tuttavia chiuso non appena costituite le ACLI: senza però che questo, per la Democrazia cristiana, significasse rinunciare a una sua partecipazione effettiva all'orientamento di quella corrente sindacale che, fra l'altro, si era costituita sotto l'egida della Democrazia cristiana, ne portava il nome.

Queste forze, comunque, sia quella aclista, sia quella democristiana, in quanto operanti all'esterno della gestione quotidiana del sindacato, non erano in grado, nonostante ogni sforzo, di esercitare sulla politica sindacale della CGIL un influsso determinante. Esse inoltre erano spesso in contrasto fra di loro e persino con quelli che vennero chiamati «sindacalisti»: con quei democristiani e aclisti, cioè, che avevano responsabilità formali, a pieno tempo, all'interno della CGIL, i quali rivendicavano a loro volta una propria autonomia di giudizio, conseguente al fatto che erano essi, e non gli «esterni», ad avere sulle proprie spalle responsabilità così impegnative, chiamati come erano ad una quasi impossibile conciliazione tra la richiesta che veniva loro rivolta di differenziarsi dalla corrente comunista e la necessità di essere leali verso l'unità sindacale. A questa situazione si pensò di porre rimedio, a un certo punto, nel settembre del 1946, con la costituzione del CIS (Comitato di Intesa Sindacale), al quale facevano capo le ACLI, la DC, l'Azione cattolica e i «sindacalisti», comitato che aveva funzioni di coordinamento: senza peraltro risultati apprezzabili ne dal punto di vista dell'armonia, difficile da raggiungere, tra le ACLI e la DC, ne dal punto di vista della capacità di affermare, nell'ambito del sindacato unitario, la propria posizione originale.

Le cose cambiarono un po', ma entro ristretti limiti, allorquando, dopo la morte di Grandi, nel settembre del 1946, e dopo un breve interregno del designato da Grandi, Rapelli, fu chiamato ad assumere il ruolo di «massimo responsabile» della corrente sindacale democristiana (che aveva intanto assunto l'appellativo di «cristiana») un sindacalista della generazione intermedia fra il prefascismo e il postfascismo, Giulio Pastore, persona ugualmente gradita all'Azione cattolica, alle ACLI e alla Democrazia cristiana (organizzazioni, tutte, nelle quali aveva svolto una funzione dirigente molto apprezzata).

I tempi, inoltre, erano cambiati, almeno in parte, rispetto a quelli immediatamente successivi al giugno 1944, quando l'esigenza principale del sindacato era stata quella di svolgere una elementare funzione di tutela, in situazione di assoluta indigenza, dei «proletari poveri». Nell'aprile del 1947, quando Pastore assume la nuova responsabilità, il sindacato è chiamato ormai a fare complesse sceltesul piano della politica economica, anche in relazione al fatto che la nostra economia tende sempre di più a integrarsi con quelle dell'area più progredita dell'Occidente.

 

ESIGENZE DI RESPONSABILITÀ

Ed è su questo terreno, in ordine a problemi per i quali non è più sufficiente l'azione rivendicativa (intorno alla quale è più facile raggiungere l'unità), che la collaborazione della corrente cristiana con la corrente comunista entra in crisi per le ragioni partitiche e ideologiche alle quali fa riferimento l'atto costitutivo della CISL del 1950. Si rivela a questo punto, infatti, nei comportamenti concreti e nelle dichiarazioni di principio, la inconciliabilità della posizione comunista con le esigenze di un'economia che deve aprirsi al mercato e di un regime democratico che tende a svilupparsi nelle forme proprie del pluralismo: una posizione comunista che anche quando si muove ed opera all'interno del sistema economico capitalistico e del regime democratico-parlamentare ha come punto di riferimento, nel modo di pensare e nel modo di agire, i Paesi ad economia di piano integrale e i regimi guidati da un partito unico. Si rivela, cioè, che la posizione comunista, che era parsa una risorsa importante per uscire dalla guerra e per affrontare il dopoguerra, era diventata un ostacolo, sul piano dei rapporti fra i partiti, per l'azione di governo, e sul piano dei rapporti sindacali per le nuove politiche di cui il sindacato doveva farsi carico.

La inconciliabilità diventa palese, sull'uno e sull'altro piano, sul piano cioè dell'azione di governo e su quello dell'azione sindacale, quando, nella seconda metà del 1947, dopo un congresso della CGIL che si tiene ai primi di giugno, durante il quale la corrente sindacale cristiana e la corrente sindacale comunista si scontrano di fronte al problema se debba essere o no prevista, nello Statuto, la possibilità di scioperare per ragioni politiche, si verifica un fatto nuovo nella politica internazionale: la proposta rivolta agli Stati europei da parte degli Stati Uniti d'America di attuare insieme un Piano di ricostruzione economica dell'Europa, nell'ambito del quale gli Stati Uniti metteranno a disposizione degli Stati nazionali la loro assistenza tecnica e finanziaria, mentre i singoli Stati si impegneranno ad agire in modo conforme al Piano per giungere, entro tre anni, a una situazione di equilibrio della bilancia dei pagamenti.

Contro il Piano e contro la sua attuazione si schiera però subito la Russia, che per l'occasione ricostituisce nel settembre del 1947 l'organismo di coordinamento fra tutti i Partiti comunisti del mondo (Cominform) ed anzi si pone come obiettivo il fallimento del Piano americano, e avviene la mobilitazione a questo fine dei vari Partiti comunisti operanti all'interno dei Paesi capitalistici. Il Partito comunista italiano, pertanto, si schiera subito con il Cominform e chiede che il Governo italiano non accetti di essere regolato dall'ERP (European Recovery Program), in quanto ciò costituirebbe una limitazione della libertà nazionale; e contemporaneamente si schiera contro l'ERP la corrente sindacale comunista, mentre la corrente sindacale cristiana, pur essendo minoritaria (al congresso della CGIL non è andata al di là del 13% dei voti) decide di opporsi alla maggioranza e di collaborare al successo dell'ERP, convinta com'è che solo in tal modo l'economia italiana potrà essere ricostruita e potranno essere affrontati con successo i problemi dell'occupazione e dello sviluppo.

Questi avvenimenti, che si verificano nella scena della politica internazionale, sul piano dei rapporti fra Stati, ma che hanno dirette ed evidenti conseguenze sulle condizioni entro le quali il sindacato può svolgere efficacemente e con autonomia la sua azione di tutela e di rappresentanza degli interessi dei suoi organizzati, imprimono una forte accelerazione alla crisi preesistente nei rapporti, all'interno della CGIL, fra la corrente sindacale cristiana e le altre correnti minori, da una parte, e le correnti maggioritarie, comunista e socialista, dall'altra. Nel mese di marzo la CGIL decide, a maggioranza, di non aderire all'invito ricevuto dai sindacati americani di partecipare a un convegno che si terrà a Londra per discutere delle forme di partecipazione sindacale all'attuazione dei programmi dell'ERP; mentre contemporaneamente le correnti minoritarie decidono di accettare l'invito e di recarsi a Londra.

Si mette così in moto un processo di disintegrazione chiaramente irreversibile.

 

LA ROTTURA DEL PATTO DI UNITÀ SINDACALE

II processo per la costituzione di una nuova Confederazione sindacale, alternativa a quella esistente dominata dalla corrente comunista, comincia sostanzialmente in questo momento e nell'ambito di queste circostanze: nel marzo, cioè, del 1948, a seguito della riunione di Londra dei sindacati aderenti alla proposta dell'ERP, alla quale partecipano rappresentanti delle tre correnti di minoranza della CGIL, incuranti del divieto della maggioranza. Ed è nel corso di questo processo che, intorno al primo nucleo di idee che avevano caratterizzato dal 1944 in poi la posizione della corrente cristiana all'interno della CGIL — indipendenza del sindacato dai partiti, opposizione ai moti di piazza e ai movimenti eversivi, rispetto delle opinioni politiche e religiose dei soci, ricorso allo sciopero solo come mezzo estremo, politica contrattuale responsabile attenta ad evitare i rischi inflazionistici — si definiscono, a mano a mano, gradualmente, nella vicenda quotidiana, di fronte ai problemi concreti, le posizioni del nuovo sindacalismo: il quale non si limita più, quindi, a contrapporsi alle posizioni della corrente comunista, ma tende ad elaborare una sua originale dottrina.

Su questo processo influiscono interventi e forze che si collocano sia all'esterno sia all'interno della evoluzione del movimento sindacale. All'esterno influiscono soprattutto, da una parte, le elezioni politiche del 18 aprile 1948, con i forti contrasti a cui esse danno luogo, che si riflettono anche sui comportamenti dei soci e sui rapporti fra le correnti (si parla, giustamente, di «lotta di civiltà»), dall'altra, lo sciopero eversivo del 14 luglio 1948, voluto e guidato dal Partito comunista, con l'aiuto immediato della CGIL, stroncato sul nascere soprattutto dalla capacità del Governo di reagire con il suo apparato di polizia, più che dalla reazione pur non trascurabile della corrente cristiana. La stessa decisione presa in quel momento, dopo la conclusione dello sciopero eversivo, di considerare ormai infranto il Patto di unità sindacale, viene presa in una sede, quella del Consiglio nazionale delle ACLI, che, pur presentandosi formalmente come espressione della corrente sindacale cristiana, è pur sempre esterna al sindacato e viene presa, c'è da crederlo, più sulla base di motivazioni e di direttive dell'autorità ecclesiastica che non partendo dall'esperienza sindacale concreta.

 

IL LIBERO SINDACATO

La motivazione profonda della reazione che porta i «sindacalisti», nell'ottobre del 1948, dopo un lungo dibattito interno alla corrente, alla costituzione di una nuova Confederazione, che si chiamerà LCG1L (Libera Confederazione Generale dei Lavoratori), e porterà poi, attraverso vari aggiustamenti, alla fondazione della CISL, nell'aprile del 1950, è pertanto una motivazione interna, di carattere sindacale, che guarda agli interessi concreti dei lavoratori e al modo migliore per tutelarli. Nascono, la rottura e la decisione successiva di dar vita a una Confederazione sindacale alternativa, dall'esigenza, cioè, di dare finalmente ai lavoratori italiani quella formazione sociale autonoma, una vera e propria comunità intermedia tra lo Stato e i cittadini, di cui i lavoratori hanno bisogno per la loro emancipazione e di cui ha bisogno ugualmente lo Stato democratico per una sua compiuta articolazione e organizzazione realizzata attraverso la valorizzazione delle autonomie dei singoli e dei gruppi.

Sempre all'interno di questo processo non mancano, tuttavia, c'è da aggiungere, le resistenze e gli ostacoli. La storia della LCG1L, prima, e della CISL, poi, è certamente la storia della affermazione delle idee delle due Confederazioni; ma è anche, nello stesso tempo, molto spesso, la storia delle resistenze e delle difficoltà che queste idee incontrano nel loro cammino.

 

LA NASCITA DELLA CISL

Particolarmente travagliato è il periodo che va dall'ottobre del 1948, proprio all'indomani, cioè, della fondazione della LCGIL, al 30 di aprile del 1950: fino al giorno, cioè, in cui viene fondata la CISL. Alcune di queste difficoltà erano oggettive e riguardavano soprattutto i problemi organizzativi e finanziari da risolvere per dare un assetto soddisfacente alle nuove strutture che si venivano costituendo o inquadrando (Federazioni di categoria; Unioni territoriali; la stessa Centrale confederale): uno sforzo necessario, ma molto gravoso, se si voleva realizzare con la nuova Confederazione una effettiva alternativa a una organizzazione robusta come era la CGIL. Un'altra difficoltà era costituita dalla forte resistenza della CGIL a lasciar legittimare l'organizzazione nascente. Anche gli imprenditori italiani si possono considerare un ostacolo: perché, nel caso della LCGIL, alla loro diffidenza e ostilità di sempre verso qualunque presenza del sindacato nel luogo di lavoro e nella società si aggiungeva il sospetto e la incomprensione con cui la nuova Confederazione veniva giudicata, come se potesse essere più pericolosa, per certi versi, della stessa CGIL. Ed infine, anche la posizione di De Gasperi può essere considerata un ostacolo, nella misura in cui il personaggio, nonostante la sua grande statura politica, era in difficoltà a comprendere e ad accettare la logica di un sindacato moderno che legittimamente si proponeva di partecipare alla formazione delle decisioni di politica economica e sociale che si riflettono sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori. E c'era, non bisogna dimenticarlo mai, l'ostacolo maggiore: la debolezza di fondo nel nostro Paese, soprattutto a livello della società civile, così scarsamente articolata, e sul piano culturale.

Ma ci furono anche, allora, difficoltà interne allo stesso movimento sindacale democratico. Difficoltà ci furono all'interno delle forze democratico-cristiane, dove si pensava, da taluno, che sarebbe stato meglio non rompere subito l'unità sindacale in attesa che si potessero costituire, sulla base dell'art. 39 della Costituzione, le rappresentanze unitarie a fini contrattuali; e quindi, si tendeva a rimettere in discussione la decisione presa nell'ottobre del 1948 giungendo perfino a proporre una nuova costituente sindacale. Si diceva, a sostegno di questa linea, che la messa in discussione della LCGIL e la revoca della decisione presa in ottobre potevano essere utili per consentire alle altre forze di minoranza, fra le quali in particolare quella socialista, di reinserirsi nel processo e di partecipare con pari dignità alla nuova fase costituente. D'altra parte quelle stesse forze socialiste, socialdemocratiche e repubblicane, che erano rimaste nel luglio del 1948 dentro la CGIL, una volta uscite, si divisero: le une contestando alla LCGIL di non essere altro che una nuova versione mascherata della corrente cristiana e rifiutandosi, per questa ragione, ad ogni progetto di eventuale fusione; le altre, piuttosto esigue, proponendo di dar vita con la LCGIL e con i sindacati autonomi, che intanto si venivano costituendo, ad una nuova Confederazione che avrebbe dovuto assumere, come principi costitutivi, quegli stessi che si stavano elaborando a livello internazionale per dar vita, dopo la rottura dell'unità sindacale internazionale realizzata nel 1945 nella FSM (Federazione Sindacale Mondiale) a una nuova organizzazione: i principi, cioè, del sindacalismo libero e democratico. In effetti saranno queste ultime forze, che nel frattempo avevano aderito alla nuova Internazionale sindacale (IFCTU: International Confederation of Free Trade Unions), vale a dire la LCGIL, la FIL (composta prevalentemente di socialdemocratici e repubblicani) ed una aggregazione di sindacati autonomi del pubblico impiego, a costituire il 30 di aprile del 1950 la CISL, con l'obiettivo, come si è già visto, di «stringere in un unico volontario vincolo tutti i liberi lavoratori italiani che... vogliono impostare il movimento sindacale sull'autogoverno delle categorie esercitato nel quadro della solidarietà sociale e delle esigenze generali del Paese».

 

NUOVO MODELLO SINDACALE E NUOVI ORIZZONTI

Con la firma di questo atto costitutivo comincia una nuova fase, che va fino al primo congresso della CISL (novembre 1951), quando infine viene approvato lo Statuto della nuova Confederazione, cioè la sua legge fondamentale.

Lo Statuto, infatti, si può considerare l'equivalente, per le sorti del sindacato, di quello che è la Costituzione per i cittadini di uno Stato: e tutto il processo che precede lo Statuto e porta ad esso si può considerare l'equivalente di quello che negli Stati viene collocato sotto il nome di Costituente (includendo, in tale denominazione, anche il lavoro preparatorio della Costituente stessa).

È una fase molto importante, quella che copre questo periodo (aprile 1950-novembre 1951): non solo dal punto di vista della elaborazione e della definizione, in quel momento, di documenti di principio programmatici della nuova Confederazione, ma anche dal punto di vista della formazione della sua classe dirigente, messa di fronte, per la prima volta, ai complessi problemi che su scala mondiale si presentavano allora al sindacato. Decisiva, in questo periodo, è infine la partecipazione allo sforzo di elaborazione di una nuova dottrina sindacale del professor Mario Romani, un giovane storico dell'economia, «prestato» al sindacato «che svolge un'opera intensa, a sostegno della nuova Confederazione, nel campo della ricerca e della formazione sindacale», nel campo cioè di risorse che l'avvenire rivelerà essenziali per l'affermazione di un nuovo modello di sindacato.

Nell'atto costitutivo, nel capoverso citato, si trovano già espresse, sinteticamente, quelle che si possono considerare le idee fondamentali della CISL: «L'autogoverno delle categorie» (si riprende così e si chiarisce ulteriormente il concetto già presente nel sindacalismo riformista contrario all'eccessivo centralismo direttivo); un «autogoverno», però, che non è chiuso in se stesso, non è settoriale, ma è invece aperto sia alla «solidarietà sociale», a uno spirito cioè di cooperazione nell'ambito delle relazioni fra le parti sociali, sia «alle esigenze generali del Paese».

 

IL PROGRAMMA

Le idee fondamentali della CISL vengono poi sviluppate nella forma di un vero e proprio programma, in un documento approvato dal Consiglio generale della Confederazione nella sua prima sessione, nel mese di giugno, che porta il titolo «Linee di indirizzo dell'azione sindacale».

In esso si dice, volendo cogliere sinteticamente il senso dell'innovazione che si vuole introdurre, che «si assiste ad un progressivo allargamento della sfera d'azione del movimento sindacale».

Tre sono le direzioni verso le quali si orienta il movimento sindacale, in quel momento, nella logica del suo allargamento: verso la società internazionale, con un'azione di solidarietà attiva che dev'essere la pietra angolare del movimento sindacale; nelle società nazionali, con una partecipazione sempre più estesa e responsabile negli organi che dirigono la vita economica e nella determinazione degli indirizzi generali dell'azione politica; nell'attività produttiva, sia sul piano dell'impresa, con una progressiva estensione delle responsabilità dei lavoratori, sia sul piano del settore produttivo, con una sempre maggiore presenza nella impostazione dei maggiori problemi economici del settore stesso.

Nel nostro Paese, però, questa linea di sviluppo subisce i ritardi e le deviazioni connesse con le sue particolari condizioni storiche e congiunturali. Bisognava tuttavia riaffermare che il movimento sindacale si distingue per natura, finalità e metodo d'azione, da ogni altra organizzazione. La indipendenza del movimento sindacale democratico dai partiti politici è infatti una condizione indispensabile per la vita e l'espansione del movimento. In armonia con queste linee generali, la CISL si pone sotto il segno di un apporto positivo alla responsabilità dei pubblici poteri nella guida di una moderna società democratica: prospettiva, questa, che non solo non snatura l'azione sindacale, ma contribuisce ad allargare la sfera d'azione dei sindacati e ad accelerare la loro penetrazione nelle strutture sociali. La CISL riafferma nel contempo la piena validità degli strumenti tradizionali dell'azione sindacale: ma anche gli strumenti tradizionali devono essere usati con la piena coscienza delle nuove finalità dell'azione stessa.

Il sindacalismo democratico confida, per l'efficace tutela dei diritti dei lavoratori, nella forza delle sue libere organizzazioni e nelle leggi dello Stato democratico. Ma allo Stato il movimento sindacale chiede soltanto il riconoscimento di questa realtà e della funzione che le compete; inoltre ritiene che «vada considerata con ogni attenzione e cautela qualsiasi sistemazione giuridica del movimento sindacale», avendo presente che non deve in alcun modo vincolare la possibilità di sviluppo o di potenziamento del sindacato. Il compito dello Stato, infatti, deve consistere nel favorire la spontanea evoluzione delle relazioni sociali e non nel cristallizzare questo mondo in svolgimento, in virtù di un'errata concezione dell'ordine sociale.

A conclusione del documento, infine, vengono affrontate questioni organizzative fondamentali, in relazione alla controversia rimasta insoluta sui rapporti fra struttura categoriale (verticale) e struttura unitaria (orizzontale) del sindacato. Il movimento sindacale è per sua natura un movimento unitario: nel fine (la scelta dei lavoratori) e nel metodo di azione. In questo corpo unitario, le categorie sono gli organi vitali attraverso i quali si esprimono le esigenze dei lavoratori, si realizza il rispetto delle forme democratiche, si compie l'educazione sindacale degli aderenti.

Gli obiettivi dell'azione sindacale si determinano quindi sulla base dell'esigenza stessa della categoria. Ma devono esistere organi di collegamento che hanno il compito di coordinare queste esigenze di base e sceglierne i tempi di realizzazione, con una visione unitaria degli obiettivi e del loro più opportuno impiego. Il movimento sindacale procede, in tal modo, come un fronte mobile, facendo avanzare le categorie, ma senza permettere che si perda mai la coesione tra di esse. Gli obiettivi unitari del movimento e quelli particolari delle categorie non sono quindi né antagonisti né concorrenti, ma complementari e integrantisi.

 

LA PERSONA E LA SOCIETÀ

Alcune delle affermazioni di principio di questo testo trovano la loro conferma evidente, durante la stessa fase «costituente», in due avvenimenti che influirono molto, anche in seguito, sulla dottrina della nuova Confederazione (anche in ragione della situazione calda, determinata in quel momento dalla guerra di Corea nella quale le forze dell'ONU, simbolo in qualche modo di un nuovo ordine internazionale, combatterono in difesa della Corea del Sud contro le forze della Cina comunista): la decisione, presa nell'ottobre del 1950, di opporsi alla iniziativa governativa di una legge destinata a regolare l'attività contrattuale del sindacato; la proposta, rivolta agli imprenditori e al Governo, nel gennaio 1951, nel cuore della congiuntura coreana, di una politica salariale legata alla produttività e tale da non produrre effetti inflazionistici.

Infine, dopo un ulteriore travaglio, nel quale all'interno della CISL si confrontarono ancora, in sede di elaborazione dello Statuto, le vecchie idee favorevoli a un approccio settoriale e le nuove idee aperte al concetto di interdipendenza e solidarietà, il primo Congresso della CISL approvò, nel mese di novembre, lo Statuto della nuova Confederazione. Ed è nella sua parte intitolata «Principi e scopi» che si possono trovare, condensate, le idee fondamentali della CISL:

  • la CISL si richiama e si ispira ad una concezione dell'uomo che afferma che al rispetto delle esigenze della persona debbono ordinarsi la società e lo Stato;
  • essa ritiene che le condizioni dell'economia debbano permettere lo sviluppo normale della personalità umana;
  • essa constata che le condizioni del sistema economico non permettono la realizzazione di questo fine e pertanto ritiene necessario trasformare queste condizioni;
  • essa intende promuovere queste trasformazioni sviluppando la sua azione sindacale nell'ambito del sistema democratico, in piena indipendenza di fronte allo Stato, ai governi ed ai partiti;
  • essa stima assolutamente pregiudiziale, alfine di una valida difesa dell'ordine democratico, l'accoglimento, nel seno della società civile organizzata, del sindacato democratico e della sua azione;
  • essa stima che il movimento sindacale e la sua possibilità di azione riposino sopra una sola necessaria condizione, l'adesione libera e spontanea dei lavoratori alla organizzazione sindacale e la moltiplicazione organizzativa di questa;
  • essa, infine, intende fare appello al concorso delle forze intellettuali e morali capaci di servire alla preparazione dei lavoratori, in funzione delle responsabilità che loro incombono in una organizzazione democratica della vita professionale ed economica e della loro completa emancipazione.
UST CISL Udine
UST CISL Udine